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[Racconto inedito] Come il cielo finto del presepe.

Pubblichiamo un racconto di Silvia Colli, allieva del Penelope Story Lab quando era ancora una scuola di scrittura in fieri.
Le abbiamo chiesto un racconto, memori della sua bravura; lo abbiamo trovato bellissimo, con poche figure retoriche e perfette.

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La sera di San Lorenzo hai organizzato questa cosa romantica: nel pomeriggio hai comprato la mia bottiglia preferita di vino bianco, l’hai tenuta a casa in frigorifero per diverse ore a far compagnia alla cipolla avvolta dal nylon, alla carne coperta dalla gelatina, ai dadi per il brodo finto, al formaggio già grattugiato, alle uova misura media pasta gialla, al goccio di acqua frizzante ormai sgasata che non ti decidi mai a buttare; poi dal frigorifero l’hai tolta, l’hai messa nel baule vicino alla coperta, ai calici belli avvolti nel fazzoletto di stoffa, alle patatine di mais che patinano i denti e ispessiscono il palato, ai salatini a forma di pesciolino, allo spray contro le punture di zanzare, ai vestiti puliti di scorta perché non si sa mai.

A sera tarda sei venuto a prendermi, mi hai portato sulle colline dove nascono gli olivi, niente case, tutto aperto, il cielo che si allarga sopra la testa, il prato che si allunga sotto ai piedi, nessun lampione, nemmeno una luce, forse qualche lucciola, nemmeno un’automobile, tutto immobile, nessun respiro umano, solo qualche alito di bestia notturna che popola il verde a nuvole aperte, anche se a ben ricordare nubi non ce n’erano quella sera, ma Oh numi!

Lungo il tragitto mi hai raccontato di quei ragni maschi che per non farsi mozzare la testa dopo la copula portano in dono alle loro concubine dei fagotti complessi che la femmina s’impegna a scartare durante l’amplesso del maschio. È una tecnica per tenerla occupata, mi hai detto, capisci? lei è talmente presa nello scartare questo fagotto che lui intanto fa i suoi comodi salvandosi di fatto la vita. È un inganno! ti ho detto, è sesso protetto mi hai risposto.
L’ho trovato macabro, avresti potuto parlarmi di altre mille cose, della bellissima storia d’amore tra Brenda Walsh e Dylan McKain, ad esempio, tuttavia in quel momento non mi sono sentita in pericolo.

Hai preso il tabacco, hai poggiato il ginocchio sul volante per guidare aiutandoti con quella giuntura, le mani le hai lasciate libere per rollarti la sigaretta. Hai mai valutato l’idea di darti all’arte circense? ti ho chiesto. Hai leccato la cartina.
Hai tolto il ginocchio dal volante, con una mano hai ripreso il cerchio, con l’altra hai tastato nelle tasche fino a che non l’hai trovato, hai estratto dal tessuto l’accendino, l’hai fatto brillare sotto le narici, il gas è uscito dalla plastica e la pietrina ha fatto tutto il resto. T’immagino al buio da ragazzino mentre racconti una storia dell’orrore ai tuoi amici puntandoti una torcia sotto il mento.
Lo sapevi che Moira Orfei si è fatta cremare? Le sue ceneri sono in un vaso e quel vaso ora è nel suo camper e il suo camper, con il vaso e tutto il resto del mobilio continua ad oggi a seguire tutte le tappe del circo, è ancora in attività, insomma, mi hai detto.
E avresti potuto parlarmi di mille altre cose, ma capisco d’averti fatto scattare qualcosa dentro nel momento in cui ti ho stuzzicato per quel tuo fare funambolico nel mentre che eri alle prese col volante.

Hai buttato il mozzicone dal finestrino, l’hai lanciato usando il pollice e il medio come una catapulta, per un attimo ne ho seguito la scia: l’ho visto ruotare in aria come una foglia secca di acero campestre.
Hai esalato a labbra strette l’ultima piccola nebbia densa. 
Ho fatto caso che il fumo non lo tieni mai troppo dentro. C’è chi letteralmente lo inghiottisce. Quando tieni la bocca così non riesco a vedere la macchia perenne di tabacco che hai incastonata tra gli incisivi. 
Mi chiedo se un giorno quella macchia mi mancherà esattamente alla pari di quanto ora la detesto.

L’accendino l’hai posato sul portaoggetti, tra le carte vuote e appiccicaticce dalle caramelle Pip, siete rimasti solo tu e mio nonno a mangiarle, mio nonno è morto, chissà se proprio come a lui ti piace l’acqua in polvere “Cristallina”, non mi è mai venuto in mente di chiedertelo, la vendono ancora, l’ho vista al supermercato, chissà se ha ancora lo stesso gusto dell’aspirina effervescente del 1988.

Quando siamo arrivati non hai fatto il giro delle ruote per aprirmi la portiera, e non sai quanto te ne ringrazio nonostante io ami perdutamente gli anacronismi; sembravi di fretta. Forse eri solo molto imbarazzato, anche se mi auguro così non fosse in quanto ne conosco profondamente l’impiccio.

Hai steso la coperta. 
Ti sei assicurato che l’erba alta fosse sotto ben appiattita, per farlo ti sei rotolato sopra al tessuto prima d’invitarmi a sedere vicino, l’hai fatto nella lingua universale dei gesti, battendo tre volte il palmo della tua mano sul tessuto. E’stato un gesto buffo, quello di rotolarti sulla coperta. Ho deciso che questo non te lo dirò mai perché ne ho riconosciuta la premura.

La bottiglia di vino l’hai dimenticata nel baule vicino ai calici belli avvolti nel fazzoletto di stoffa, alle patatine di mais che patinano i denti e ispessiscono il palato, ai salatini a forma di pesciolino, allo spray contro le punture di zanzare, ai vestiti puliti di scorta perché non si sa mai.
L’accendino no, quello hai ricordato di prenderlo.
Hai provato a farlo scattare un paio di volte per assicurarti che dentro ci fosse ancora gas, poi l’hai infilato in tasca. Chissà a cosa ti serviva. Ho visto prima di scendere che avevi lasciato il tabacco vicino alla leva del cambio.

Ci siamo stesi in silenzio col naso all’insù aspettando che qualcosa nella notte di San Lorenzo da laggiù cadesse, ma ho cominciato a sentire il cuore battere a tamburo, una percussione ritmica e incalzante sempre più viva: l’ho sentita scendere fino a chiudere il polmone destro per poi salire andando a strozzare il collo e le orecchie. 
Mi girava la testa.
Quando è arrivata la taranta tutta matta dei nervi tutti, non ce l’ho più fatta, da distesa mi sono seduta, ti ho detto porta pazienza ma questa cosa di fissare il cielo mi inquieta, ho paura d’impazzire guardando all’insù aspettando succeda qualcosa qua giù.
Ti ho detto d’avere come la sensazione che potesse succedere qualcosa di catastrofico, incontrollabile, ingestibile.
Ti ho detto ho quest’immagine viva davanti agli occhi, la vedo proprio nitidamente.
Ho paura che d’improvviso quel peso affaticato ora sopra di noi possa dare i numeri senza darci preavviso o chiederci il permesso.
Non un asteroide, non una meteora, non una stella, non un pianeta, non un aereo, nessuna entità aliena, sai cosa vedo? Ecco cosa vedo: lo vedi quel blocco nero che abbiamo ora sopra al naso? Io lo vedo staccarsi per intero, come un cielo finto di carta del presepe fissato con lo scotch: prima un angolo, poi l’altro e poi d’improvviso tutto insieme e poi bam! sulle nostre teste, a soffocarci, leggero ma pesante insieme, un velo sottile ma immenso, e nero, e buio, e ruvido e per piacere portami via.

Ti sei seduto anche tu, il collo e il mento di traverso in ascolto. 
Non c’era luce a sufficienza ma sapevo perfettamente che quel tuo lato mostrava il segno indelebile della biopsia.

Ci siamo alzati insieme, hai rotolato la coperta, l’hai messa nel baule, mi hai portata via.

Sulla strada di ritorno, mentre lasciavamo alle nostre spalle la bottiglia di vino vicino alla coperta, i calici belli avvolti nel fazzoletto di stoffa, le patatine di mais che patinano i denti e ispessiscono il palato, i salatini a forma di pesciolino, lo spray contro le punture di zanzare, i vestiti puliti di scorta perché non si sa mai, gli olivi, le colline, le niente case, il nessun lampione, la qualche lucciola, il silenzio, stando ben attenta a non distrarmi, non smettevo di fissare scorrere l’asfalto dal finestrino del passeggero in cui mi trovavo.
Avevo la sensazione d’aver rovinato qualcosa che voleva nascere come meraviglioso.

Ho girato lo sguardo verso di te.
Mi hai sorriso.
La macchia di tabacco era ancora lì, incastonata tra gli incisivi.

Ho ripreso a respirare.

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