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[Racconto inedito] Chissà.

Elena Agostini (Camposampiero – PD -, 1988) ha partecipato a diversi corsi del Penelope Story Lab, ormai: da quelli in presenza (Un passo nel buio e L’incontro col drago, a Verona) a quelli online, inclusi Sceneggiare il fumetto e il corso annuale Scrivere il romanzo.

La sua lucidità nel raccontare la provincia, con proprietà di linguaggio e pulizia di pensiero, e il suo confrontarsi con tematiche di lavoro e ricordo mi fa pensare molto bene a una raccolta di racconti – o un romanzo, quando sarà.

Intanto, godetevi questo Chissà, che, ovvio, sarà la cosa più bella che avrete letto oggi.

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L’uccello verde con la testa rossa si è posato un attimo sopra la traversa del cancello, poi da lì in mezzo al campo, a strofinarsi le penne sul tappeto di “occhietti della Madonna” che ricopre la terra a riposo. È grande come un piccione, altrettanto goffo sembra, non so che nome abbia. Trrrrrrr fa il picchio sull’albero in fondo. L’ho visto anche l’altro giorno, è volato via dal centro della stradina, un guizzo verde, lui o un altro come lui, quando ci sono arrivata vicina con la macchina, alle sette, per andare al lavoro. Subito dopo un merlo, una merla anzi, ché era marrone, mi è volata davanti al muso e si è infilata bassa nella siepe a sinistra. Allo stop si era fermata anche una tortora, è zampettata via veloce al mio arrivo, muovendo il collo nel collarino nero. Non ho visto la coppia di cigni, anche se ho tirato gli occhi fin giù dal ciglio della strada alta, oltre i campi e sull’acqua scura e fonda che in quel punto si slarga in una curva; la vegetazione si sta rifacendo fitta. Sul terraglio una gazza ha provato ad attaccarsi al sostegno di un pilone, forse era troppo spesso, il legno le è sgusciato via dalle unghie, la coda bianca e nera è balenata in avanti a bilanciare, i muscoli delle spalle si sono contratti a far scattare di nuovo le ali. E via, non c’era già più. Un’anatra selvatica, quella che sembrava la sua sagoma allungata e nera contro il cielo impastato di calce, mi ha sorvolato veloce sulla corsia di sinistra.

Alla rotonda un’altra siepe e un’altra merla, al bivio c’è ancora la scarpa. È da ginnastica, grande, da uomo, blu e grigia, è lì dalla settimana scorsa. Venerdì, quando l’ho vista per la prima volta, sembrava appena persa, bene in forma, la suola bianca. Poteva essere di qualcuno che aveva attraversato la strada scendendo dall’argine, la direzione era quella, passo, passo, passo, passo veloce che arriva una macchina, altro passo e se l’era lasciata indietro, proprio nel mezzo, lì sul triangolo zebrato che precede l’isola spartitraffico. Adesso è là da una settimana, di giorno in giorno si è spostata, lunedì un po’ più a destra, martedì di nuovo al centro, mercoledì quasi non l’avevo vista lì, vicino al cordolo. E di volta in volta è diventata sempre più sporca, la suola si è fatta grigia, la tomaia adesso è tutta schiacciata. Chissà chi l’ha persa.

Parcheggio, qui nessun uccello, nemmeno loro, solo fabbriche e asfalto. Sono in anticipo, come al solito, alle dieci ore in capannone e alla pausa pranzo, aggiungo il tempo per fare la strada, andata e ritorno, più un altro pezzetto. Un pezzo piccolo, tutto mio, chiusa da sola nell’abitacolo, la radio spenta, a poter pensare finalmente, senza nessuno intorno che mi chiami ( mamma! ), senza il rumore delle sirene e delle pompe, delle frese e dei timbri, p-ton, p-ton, p-ton, d’estate per qualche attimo mi sembra che sia il rumore sordo delle eliche collegate ai pedali che sbattono in acqua sotto le chiglie dei pedalò, le sirene qualche nave in manovra. Chissà chi l’ha persa, chissà come. Dicono che se quando hai un incidente perdi le scarpe, non c’è molta speranza. Spero di no, non c’erano vetri a terra, nessuna frenata, nessun segno.

È ora, i miei occhi mi riguardano per un attimo dallo specchietto. Sono sempre verdi, ma giorno dopo giorno si allarga il cerchio grigio che gli vedo intorno. Entro, ripongo borsa e cappotto nell’armadietto, vado a fare la pipì prima che si cominci, le calze a compressione graduata sono dure da ritirare su e mi tirano un poco sul cavallo. Ma questa sensazione non durerà molto, fra un po’ non sentirò più né quelle né le gambe. Si faranno sentire i piedi però.

Preleva, controlla, piega e giù, preleva, controlla, piega e giù, preleva controlla piega e giù, chissà chi l’ha persa, chissà come. Succedono un sacco di cose in dodici ore fuori di qui. L’airone cenerino di solito lo vedo al ritorno, così grande da sembrare incredibile, fermo in piedi su una zampa sola nel solito campo, quello che ha ancora il fosso, avvolto nelle sue ali grigie, la testa tra le spalle.

Preleva controlla piega e giù.

Chissà chi l’ha persa.

Chissà perché non è tornato a prenderla.

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