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[Racconto inedito] Gli eletti.

Giorgia Mosna (Bolzano, 1976) sa intagliare delle immagini che sono così naturali da sembrare umane, e poi così umane da parere divine.
In questo racconto i tedeschi sembrano una razza davvero eletta; quanto a Michelino, dalla fisicità ancora immatura, sembra intrappolato in una gravità terrena che gli permette soltanto di accostarsi al mistero di questa elezione, senza svolgerlo.

Con il Penelope Story Lab ha seguito i corsi Popolare l’immaginario, all’interno del quale questo racconto è stato scritto, e Costruire il personaggio.

Noi siamo molto curiosi di leggerla in prove più lunghe.

Intanto, godetevi questo Gli eletti, che, ovvio, sarà la cosa più bella che avrete letto oggi.

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L’appuntamento era sul tardo pomeriggio. Michelino si fece strada nel buco della rete, scavalcò le rotaie dopo averle toccate – come aveva visto fare agli indiani dei cartoni – per controllare se stesse arrivando un treno.

Si sentiva nudo a muoversi così, da solo, nel territorio dei tedeschi. Avevano tante volte parlato di fare un’irruzione, progettato piani e vie di fuga; essere lì senza Anselmo e gli altri gli dava la sensazione di doversi quasi nascondere.

Infilò la mano nella tasca e carezzò il piccolo mazzo di chiavi che si portava dietro, come fosse un amuleto. Poi, raccogliendo il coraggio, alzò lo sguardo.

I vagoni erano ben visibili in fondo all’areale, totem giganteschi e immobili su uno sprazzo di erba ingiallita dove a dispetto di tutto crescevano  papaveri e ortiche e arbusti con minuscoli infiorescenze gialle di cui non ricordava mai il nome. E i rovi, tantissimi rovi che sprizzavano dal terreno, con certe spine lunghe un dito.  Erano così rigogliosi che finivano addirittura per dare qualche mora.

“I rovi crescono proprio dappertutto, però”, pensò Michelino.

Hubert e gli altri erano sul tetto della Diloko.  Il vagone più grosso.

“Ehi!” gridò Michelino; il suo grido si disperse e viaggiò a lungo sulla spianata dell’areale prima che Hubert, Osvald e Il Perri ruotassero la testa, lentamente, uno dopo l’altro.

Michelino continuò a camminare, considerando con attenzione l’attraversamento di ogni binario. Nonostante sapesse muoversi come un pellerossa, il cartello giallo con il teschio continuava ad esercitare su di lui un certo timore.

I tedeschi lo fissavano: sentiva i loro occhi sulla pelle ogni volta che controllava a destra e a sinistra che non arrivassero convogli. Michelino rallentò: che aspettassero.

Del resto, anche lui li fissava. Quando fu in grado di vederli in faccia, si fermò.

“Sono qui!” disse

I tre guardarono di sotto, verso di lui. In piedi sopra il vagone tutta ruggine, stagliati contro il cielo velato di nuvole incerte, gli sembrarono degli dèi. Michelino si schermò gli occhi con la mano.

Per un attimo ripensò al volto che aveva visto quella mattina allo specchio: il suo. Le orecchie a sventola, i capelli neri tagliati cortissimi per questione di praticità (“Così se ti vengono i pidocchi te li vediamo saltare sulla testa”, aveva riso suo fratello quando la mamma aveva appoggiato la forbice sul tavolo della cucina), le guance rotonde e rosse su cui solo lui credeva di intravedere la soffice peluria nera. Ma hai voglia a sognare lamette e schiume da barba.

Visto da fuori era inequivocabilmente un bambino.

Michelino strinse i denti.

“Sono qua!” gridò con una voce acerba.

Lui non aveva a che fare con nessuno degli altri bambini che c’erano in giro ad Oltrefiume.

Hubert lo guardò, poi si tolse il maglione, mostrando con noncurante fierezza i muscoli piccoli e sodi delle spalle che parevano scolpite nel marmo da quanto la pelle era bianca. A Michelino sembrò bellissimo.

Rinserrò più forte le mascelle perché non voleva che quell’altro intuisse la sua ammirazione, ma qualcosa doveva essere trapelato dai suoi occhi, perché Hubert sorrise di sbieco.

Hubert si fece più vicino al bordo, si posizionò come aveva visto fare ai tuffatori che si gettavano dai dieci metri, le dita dei piedi leggermente sporgenti. Proprio come i tuffatori si alzò in punta, e ridiscese con calma sulle piante. Poi aprì le braccia nella posizione dell’angelo, guardò dritto davanti a sé, verso sud, e si lasciò andare in avanti, nel vuoto. Il corpo di marmo bianco si inclinò e cadde. 

Cadde lentamente, senza emettere un suono e rimanendo in asse fino all’ultimo, appallottolandosi sapientemente pochi centimetri prima di atterrare sul materasso, con un tonfo secco.

Hubert si alzò tra gli schiamazzi dei compagni, incitandoli a continuare ed accogliendo a braccia spalancate la sua giusta gloria. 

In quel momento un raggio di sole uscì dalle nubi che come sempre gravavano intrappolate dai giochi della pressione atmosferica sull’orlo regolare della Mendola.

Tutta la scena si illuminò di una luce quasi elettrica e le ombre apparvero nitide, deformandosi lunghe al loro fianco.

Michelino si accorse di avere la bocca spalancata.

@Giorgia Mosna

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