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[Racconto inedito] La soglia.

Giovanna Cinieri (Taranto, 1979) la conosco ancora poco. Si è iscritta al Corso sulla costruzione della trama, poi al secondo; a lezione è attenta, come tutti, entusiasta, sembra sempre cercare di capire i pezzi piccoli e il disegno completo, e così li confronta, pezzi piccoli, disegno completo. La sua scrittura mi piace molto: sta cominciando a capire il senso degli architravi narrativi, e così i suoi racconti smettono di essere scene scritte con maestria e leggerezza ma prendono la forza della trama e diventano storie scritte con maestria e leggerezza.
Questo racconto è stato un modo per conoscerla. Me lo ha mandato, conteneva un topos pericoloso – e, per dirla con Andrea Gentile, mi piace l’incoscienza degli scrittori; gliel’ho respinto, ci ha giocato sopra, le ho parlato dei diversi livelli di estenuazione; ed eccolo qui.

E ora, finalmente, lo sapete: è la cosa più bella che leggerete oggi.

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Balla davanti l’armadio, la prima goccia di sudore scende che non sono passati neanche cinque minuti, cinque minuti in cui salta e io la guardo: lo so che in questo preciso momento è impietosa, crudele. La fronte assolata dall’ultima luce del pomeriggio in dieci minuti è fradicia, la frangetta ormai è già quasi bagnata, il seno enorme si alza e discende, lo so che le fa male, se lo guarda spesso di profilo e le fa male.

Stamattina a scuola ha chiesto a Mirco se lei sia passabile. Mirco spesso la guarda: con quelle due enormi tette, dice, puoi stendere tutti, allora io rido, Lorenza no, lei non ride mai. Lei vorrebbe che qualcuno le dicesse che è uno scherzo, che non è vero che ha quel seno enorme, lei ha un seno piccolo e appuntito, un seno piccolo con il quale ballare senza che le carne le tremi sotto al mento, senza franare poi sullo stomaco, vorrebbe che qualcuno le dicesse che dentro una piccola camicetta con le margheritine le batte un cuore da ragazzetta troia, e che questa cosa è il motore del mondo, perché questa cosa è il motore del mondo, una piccola bambina troia, allora io rido, Lorenza no. Lorenza non è come me. Mirco le consiglia spesso di non perdere tempo: dice sempre questa cosa, sei favolosa, non perdere tempo, lo ripete come una formula, poi si stringe nel suo giubbino taglia 36 e si nasconde dietro degli occhiali da sole rotondi che lo fanno sembrare terribilmente bello e dalle cui lenti nere spia i ragazzi, Giuseppe dio che figo, dice, allora io rido, Lorenza no, lei non ride mai.

Lorenza non è come me, io riderei sempre, con tutti, sarei felice di natura io, Lorenza no. Sta curva con la schiena qualunque cosa faccia, sta curva sulle cose, ci si stende sopra, come tutto fosse un materasso su cui stare, su cui sentire passare la giornata, forse anche un po’ arrabbiata, che lei ce l’ha con gli altri, io no, io sono grata, io manco sono nata e già sono grata, vedi come è assurda la trama delle dita, Lorenza bestemmia in bagno, se le passa sul volto rotondo, chiama sua madre ma mamma non risponde, mamma dice, ma lei non viene, lei neanche è felice, solo io, solo io mi emoziono di niente, allora Lorenza prende il bicchiere con dentro gli spazzolini da denti sul cui fondo ha nascosto una lama, alza la gonna e sulla coscia grossa si apre una soglia: ora è mamma che chiama, Lorenza che c’è, dalla soglia esce sangue, finalmente respira, Lorenza respira, io quasi sembro poter uscire ma c’è mamma che chiama, Lorenza che fai in bagno e perché non rispondi? Io sono leggera, Lorenza mi sovrasta e non mi fa mai parlare, vorrei rispondere io a mamma ma non me lo fa fare, prende la carta igienica e chiude la soglia sulla coscia grossa e allora una macchia di sangue si espande e Lorenza la raccoglie, credevo di vedere filtrare più luce ma ora è oscurata, tappata la soglia più niente può entrare. Lorenza si sente meglio. Mi muovo sottile ma adesso non vuole, finalmente neanche mi vede. Lo so che mi invidia l’ardore, il mio dire, la capacità di essere nient’altro che questo, piccola appendice di qualcuna che tace. Alza la faccia e si guarda allo specchio. Labbra serrate, capelli incollati, la paura dell’infinito placata per poco, il terrore direi ma non vuole, mamma tutto ok, dice allora. Prende un cerotto e chiude la soglia, tira giù le mutande. Mamma tutto ok ripete, e le mette in lavatrice. Vorrei cantare ma lei non mi dà voce, se ne sta senza mutande davanti lo specchio, allora salgo fino agli occhi, mi cerco anch’io nel riflesso. Non mi fa uscire, niente fa entrare. Guardo dritto nel vetro e spero di arrivare, un giorno arrivare ad avere la luce, la voce, il canto, la vita. Mi guardo la fica, mi chiamo Lorenza.

Giovanna Cinieri

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