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[Racconto inedito] Uccidere un passero.

Pubblichiamo un racconto inedito di Elena Vigo, allieva della sezione veronese – lei padovana – del Penelope Story Lab.
Le sue storie, quelle pubblicate e quelle no, sono intrise di vita quotidiana, di confronti con la società e con il mondo, con il lavoro; e i personaggi suoi ne escono sempre lesi nel profondo.
Lo sa Paolo Zardi, che la pubblicò su grafemi – per esempio qui; lo sappiamo, molto bene, noi.

Il suo racconto è la cosa più bella che leggerete oggi.

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Arrivarono alla fine del caseggiato, dove iniziavano i campi coltivati a soia; in fondo si vedeva il fiume, si vedevano ancora campi, non si vedeva niente.

 Lei non si fermò, e lui le andò dietro. All’improvviso lui fece una smorfia, come se gli fosse venuta in mente una cosa divertente. “Se ti alzi la gonna ti faccio vedere un gatto morto”, disse.

Lei teneva sempre lo sguardo basso, se l’aveva sentito non lo diede a vedere.

“Allora?”, disse lui. Lei continuava a camminare e non disse niente, ma sorrise; e sollevò per un attimo la sottana.

“Eh no”, disse lui. “Devi tenerla su almeno un po’”.

Allora lei si fermò e alzò gli occhi, per sfida. Indossava un vestito blu con righe bianche, morbido, davanti aveva due grandi bottoni a chiudere le taschine dove non metteva più niente perché una volta, da lì, aveva perso un intero pacchetto di caramelle all’arancia. Prese la gonna ai lati, come se dovesse fare un inchino, poi la alzò: le arrivava fin sotto il mento.

Lui si avvicinò, si piegò un po’ per guardare più da vicino. Lei sentì l’aria sulle gambe e pensò che avrebbe detto subito a suo fratello del gatto.

Quando lui avvicinò la mano, lei si allontanò.

“Hai ragione”, disse lui. E poi: “Se mi fai toccare, io ti faccio toccare il gatto”.

Stavolta lei non ci pensò neppure un attimo. Non avrebbe mai avuto il coraggio di toccare un gatto morto; ma avrebbe sempre potuto dire di averlo fatto, anche se non era vero.

Tornò verso di lui. Portava mutandine bianche, con piccole farfalle colorate ai lati delle cuciture.

Lui la sfiorò con un dito in mezzo alle gambe. Lei fece ancora un passo indietro, per la sorpresa; lui alzò gli occhi come a chiederle: che fai?, e lei si fermò.

Il ragazzo allora usò due dita, la mano era leggera; lei afferrò la gonna che le stava scivolando, e aprì le gambe per avere più equilibrio. Lui si inginocchiò a terra, accarezzandola; con la mano sinistra spostò la biancheria per toccare la pelle nuda, poi ci soffiò sopra. Lei sentì improvvisamente l’aria fredda addosso, e per un istante tremò; ma più di tutto pensava a quando avrebbe raccontato di aver visto un gatto morto, addirittura di averlo toccato. Non avrebbero più potuto dirle che era piccola, che non era abbastanza forte. Stava pensando di usare un bastone, sperava di vedere le budella e poterle ravanare senza troppo schifo; perché, in fondo, aveva un po’ paura di sentirsi male.

Lui smise di toccarla, si era girato e non la guardava più; lei abbassò la gonna e con un gesto che sua madre avrebbe disapprovato si sistemò le mutande. Alzò gli occhi e per la prima volta gli parlò: “Dov’è il gatto?”.

Lui non si voltò subito, allora lei alzò la voce: “Dov’è il gatto?”. Lui indicò un punto dove il fiume faceva una curva, era pieno di immondizia sparsa; lei si mosse, lui non la accompagnò.

Lei vide l’animale morto e rimase molto delusa, non c’era nessun intestino sparso come si aspettava, appena un po’ di sangue sulla terra intorno, ma niente più; il gatto era rossiccio e stava steso a terra, rigido, impalato da un manico di scopa di plastica blu. Mosche e mosconi volavano ronzando intorno al corpo morto; nessuna gli si era fermata sopra.

Mentre lei era lì a osservare la scena, incerta se toccare la punta bianca della coda, il ragazzo la raggiunse e con la punta del piede diede un piccolo calcio al gatto, per girarlo; gli riuscì subito, sembrava lo avesse fatto altre volte.

Fu allora che lei vide il musetto fracassato, e che gli avevano cavato gli occhi; le si illuminò il viso in un modo che a lui fece quasi paura, mentre lei pensava: adesso sì, che ho qualcosa da raccontare.

Da in fondo al campo qualcuno li stava chiamando, e lei tornò indietro di corsa.

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