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[Racconto inedito] Un briciolo di luce.

Mario Terlizzi (Agropoli, 1976) ha scritto questo racconto per il concorso 8×8, si sente la voce, in cui è arrivato in semifinale.
Ci si conferma ancora una volta il talento di Mario, che ha seguito con noi i corsi in presenza Un passo nel buio e L’incontro col drago, fino al febbraio 2020 quando intervenne il Covid a interrompere le attività offline.
Godetevi intanto online la sua scrittura, massicciamente contadina – nel senso che ogni sua frase pare un percorso arato e seminato su cui muoversi con cautela, e che rimesta le sue conoscenze personali con le letture che ama fare.
Noi lo aspettiamo a prove maggiori, tipo sulla pagina, tipo presto.
Ah, dimenticavamo. Ovviamente questa sì, è la cosa più bella che leggerete oggi.

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La prima volta che andai al mercato con mia madre avevo ancora i denti piccoli, le suore volevano che calzassimo tutti delle scarpe blu per la recita di Natale. Io non ero tra i protagonisti, ero uno dei trenta angeli infilati in una casacca bianca lunga fino ai piedi e le ali di cartone. E invece di volare, ci calpestavamo i piedi come se lo dovessimo fare apposta.

Qualche giorno prima, alla bancarella che vendeva scarpe, mia madre prese la sinistra di una Canguro e la soppesò, l’ambulante le disse:

«Signora cara, sono per la recita vero?, ma quelle che ha in mano sono grandi per il giovanotto?».

Mia madre tagliò corto: «Quanto stanno?».

L’uomo rispose in modo evasivo: «Signò, so’ regalate, queste scarpe il balletto lo fanno da sole».

«Possono pure ballare da sole, ma ci manca la musica» ribadì mia madre.

Costavano troppo, eravamo poveri, lo appresi quel giorno.

Pochi anni dopo, feci un’altra scoperta: mio padre era vecchio. Lo era anche mia madre, ma lo percepivo meno, mio padre indossava camicie col taschino e pantaloni classici con una brutta piega sul davanti. Alla sfilata della vittoria dei mondiali dell’82 mio padre aveva 49 anni, e guidava una 126 verde, ed eravamo l’ultimo veicolo del lungo serpentone, distanti 50 metri dalla penultima auto. Feci scorrere il tricolore sull’asfalto per tutto il tempo, il bianco diventò sporco e il rosso si scurì. Sentivo il motore dietro che andava, mio padre non strombazzava, eravamo ultimi, lontani dalle vibrazioni di quell’epicentro festoso.

Mia madre mi mandava a comprare quello che ci serviva senza soldi, diceva di’ a Melina di segnare. Melina prima di darmi lo scontrino segnava l’importo su un quaderno con una penna rossa, come quella che usavano le maestre per correggere, per evidenziare una mancanza.

A volte portavamo a Melina uova fresche delle nostre galline e cicoria selvatica che raccoglievamo nei campi. Facevano i conti a bassa voce mentre io guardavo i prodotti che c’erano nel negozio. Melina vendeva di tutto, dai confetti alla varechina, dalle trappole per topi ai super-santos. All’esterno, appoggiati al muro, alla rinfusa, esponeva giocattoli da mare catturati in quelle reti a trame sottili, e una bmx. Infilavo le dita tra i battistrada sopraelevati delle ruote e poi le odoravo, sapevano di nuovo e sicuro. Girando i pedali all’indietro la catena scivolava fluida tra la corona e il pignone, né molle né troppo tesa, i denti si infilavano alla perfezione nelle maglie lucide e oleate producendo un suono affidabile.

Finiti di fare quei conti così complessi, Melina, apriva il quaderno e con la penna nera cancellava delle voci. Era fine ottobre, e Melina mi chiese se volevo vendere i lumini per lei quell’anno. Quasi tutti i ragazzini del paese vendevano i lumini per qualcuno nei giorni dei santi e i morti.

Presi la carriola che usava mio padre per trasportare la legna in casa, la caricai di cartoni pieni di lumini al negozio di Melina e andai a trovare un posto libero sulla strada del cimitero. Arrivai quasi vicino al cancello principale. Dopo pochi minuti arrivarono due ragazzi delle medie e mi dissero, spintonandomi, che quel posto apparteneva a loro, da anni. Andai qualche passo più indietro, all’altezza di una pietra miliare. Esposi la merce e aspettai i clienti. Avevo sei cartoni da 12, tre contenevano lumini piccoli e tre quelli grandi. Melina mi disse che i piccoli li dovevo vendere 500 lire l’uno, i grandi 1000 lire. La mia paga era stata fissata a diecimila lire se li avessi venduti tutti.

Il primo giorno vendetti due lumini, a mia nonna, che li portò sulla tomba di mio nonno. Le persone si fermavano inspiegabilmente da quelli più avanti. Non mi capacitavo, forse gli adulti erano tutti pigri, compravano i lumini nel posto più vicino all’ingresso.

Al crepuscolo, quando l’affluenza al cimitero iniziò a scemare vennero da me i due ragazzi. Avevano finito la loro scorta di lumini e mi davano ben quarantamila lire per tutti i lumini che non ero stato in grado di vendere. Conclusi l’affare e spinsi la carriola tra la folla ingobbita e silenziosa che tornava a casa coperta da una luce lugubre e arcana: tutta la giornata il sole era stato occultato da nubi basse e blocchi di nebbia, solo per pochi attimi avevo scorto il disco intero come un’ostia innalzata sulle teste dei fedeli.

Prima di entrare nella bottega appoggiai le mani sullo sterzo della bici; il palmo delle mani, come un calco, coincideva alla perfezione sulle gomme del manubrio.

Il mio salvadanaio pesava come un pacco di sale, in estate avevo raccolto fasci giganti di origano proprio ai piedi del monte che sovrastava il cimitero, un posto generoso, lì quella pianta diventava un tappeto profumato per ettari e ettari. Lo vendevo facilmente, bastava trasportarlo davanti alla chiesa e aspettare che la messa finisse. Le signore oltre a comprarlo mi facevano anche i complimenti per il coraggio: sapevano dove lo raccoglievo, un posto sì generoso, ma infido, un covo di vipere.

Melina contò i soldi, prese il quaderno e incolonnò dei numeri. Guarda mi disse, ci ho rimesso! Mi vergognai più del raggiro che per l’entrata mancante. Pensai a Pinocchio, stolto, incapace di leggere la premura del gatto e la volpe.

Sempre sul quaderno, Melina scrisse la cifra che le dovevo sotto il nome di mia madre.

Tornai al cimitero che era già buio, volevo dire a quei due dell’imbroglio, ma avrebbero riso. In quel caso avrei voluto portare con me mio padre, per difendermi, ma immaginavo i due bulli malmenare mio padre e scaraventarlo a terra. Incontrare il suo sguardo in una situazione del genere mi avrebbe segnato, per sempre.

Quando il custode fu lontano andai al cassonetto e presi i cartoni vuoti dei lumini. Sul retro del cimitero, tra due cappelle, m’infilai agevolmente nella feritoia umida e tappezzata di muschio.

Iniziai a spegnere i lumini dalla tomba di mio nonno e stivarli nei cartoni badando a non incrociare il suo sguardo, ma le foto ovali di quegli uomini e quelle donne mi fissavano, lo sentivo. Non avevo paura, mia nonna diceva sempre che le paure scaturivano dalle azioni dei vivi, mica dei morti. Il loro sguardo estrapolavano ben altro: la vergogna.

Tornando in paese, vidi una lucina accanto a una ruspa. La luce proveniva da una serie di anelli a fascia larga, di cemento, posizionati in verticale, a formare un tunnel. Erano moduli singoli per la costruzione di un pozzo. Mi avvicinai alla luce e vidi Luca, un mio compagno di classe, con due ragazzine. Erano seduti vicino seguendo con la schiena la forma circolare, e la luce, la fiamma di un lumino tra le loro gambe, sembrava custodirli in un giaciglio primitivo.  

«Siediti con noi, Luca racconta le storie nere» disse una di loro.

Stava raccontando la storia della sposa che morì il giorno del suo matrimonio; e proprio come in una fiaba, la sotterrarono con l’abito nuziale. La notte seguente, la madre della sposa sognò la figlia, le diceva di aver freddo. Quell’incubo la tormentò, e così fece riesumare la figlia. Ebbene, quando aprirono la cassa quella povera ragazza era nuda, le avevano rubato il vestito. Avevo sentito mille volte quella storiella, ma Luca aveva la capacità di piazzare vocaboli che io non conoscevo tra due parole conosciute, e, come per magia, tutto si appianava, le frasi avevano un respiro giovane, l’intero racconto, come restaurato, riluceva.

Li salutai e tornai sui miei passi: la luce sulla lapide di mio nonno rinacque incerta, ma dopo trovò la stabilità, protetta.

Quando rientrai i miei stavano dormendo sul divano. Sul tavolo c’erano i cocci sparsi del mio salvadanaio mischiati alle monete più piccole.

Li osservai bene, ero in mezzo, esule, tra il telegiornale e il loro russare; una donna in uno studio lindo, in un vestito floreale, con l’acconciatura fresca, i mie genitori scarmigliati, esausti, con la terra sotto le unghie, lontani da me, a ridosso della vecchiaia, mentre io crescevo.

©Mario Terlizzi

In foto: Olivo Barbieri, Napoli 1982.

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Il sito ufficiale di Olivo Barbieri.

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